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Bianche reminescenze: il mitico Febbraio 1986
Redatto il: 16 febbraio 2026 ore 09:02

Bianche reminescenze: il mitico Febbraio 1986

 

In memoria di un’era geologica fa…

 

In questi scialbi giorni dell’ennesimo inverno negato, mi è lieto rivagheggiare i tempi spensierati e felici (ahimé, sempre più lontani) in cui la nostra città si ammantava ogni inverno di bianco: nell’algida danza dei candidi fiocchi, indossava l’immacolato vestito della festa. Di quei tempi sopravvive ormai solo il ricordo, custodito gelosamente nel cuore di un disilluso “ragazzo di ieri” che mai dimenticherà quel che è stato e quel che mai sarà più.

A quel tempo, stavo svolgendo il servizio civile (che, allora, durava ben 20 mesi!) presso il Centro Sportivo Italiano, nella vecchia sede di borgo Pipa, sita nel piazzaletto all’ombra del Duomo. Proprio dirimpetto alla porticina dell’antica farmacia benedettina. Stavo finendo l’università e il mio tempo si divideva tra i libri di Economia e il compito di redattore capo del giornalino periodico dell’ente sportivo. Parma era molto diversa da oggi e, nella ragnatela dei vicoli e vicoletti attorno alla Cattedrale e alla chiesa di san Giovanni, si respirava ancora l’aria del nobile passato ducale. Un’aria che, al calar del crepuscolo, s’impregnava di un sentore vagamente misterioso e gravido di suggestioni. Non esistevano i cellulari - tanto meno, le odierne diavolerie informatiche - e nelle nostre sgonfie saccocce ancor custodivamo le nostre amate lirette: con 500 lire si poteva gustare un buon caffè espresso al bar e la benzina costava solo 1200 lire al litro. All’imbrunire, rimaneva pochissima gente in giro e qualcuno fischiettava allegramente i motivi più in voga del momento: Madonna, Tracy Spencer, Le Bangles, i Duran Duran e tanti altri. Capitanato dal compianto Gianluca Signorini e in cui si affacciava un giovanissimo ma già scalpitante Alessandro Melli, il nostro Parma militava mestamente in terza serie…

Quel pomeriggio mi trovavo in postazione: assiso alla monumentale macchina da scrivere, intento a comporre, pagina dopo pagina, articolo dopo articolo, con meticolosa cura (il direttore era molto esigente), il nostro agognato giornaletto settimanale. Da giorni e giorni nevicava incessantemente e faceva molto freddo. Il meriggio stava sfumando nel tramonto in un cielo color madreperla e gravido di candide promesse. Tra le tante, ho scolpito un’immagine, una soprattutto, che mi è rimasta scolpita nell’anima. Il mio collega di servizio, Mirko I. da “Bèrghem de sura”, mi aveva chiesto una veloce informazione “toponomastica”. Doveva fare una consegna in centro. Calato il cappellaccio nero a larghe tese sul capoccione e intabarrato in un pastrano d’altri tempi, inforcata una vecchia bicicletta, Mirko si inoltrò senza esitazione nell’algida steppa parmigiana! Una scintilla. Mi alzo dalla postazione del giornale, percorro il lungo e buio corridoio e mi affaccio al portone ancora socchiuso. Appena in tempo per scorgere la figura sfumata di Mirko che, avvolta dalla caligine della sera incombente e sotto una fitta nevicata, arranca sulle due cigolanti ruote sul piazzaletto sprofondando in una spessa coltre di neve ghiacciata, dove avevamo scavato a fatica uno stretto sentiero per “fare la rotta”. Lo vedo allontanarsi a fiato d’oca, con la bici sgangherata che annaspa ad ogni metro. Attorno alla sua barcollante parvenza tosto inghiottita dal precoce crepuscolo, un turbine irriverente di danzanti folletti. Neve. Solo neve.

Ecco, questa è l’immagine prediletta di quel mese fantastico ed irripetibile. Quella che porterò sempre dentro di me, nel profondo di me stesso.

Alla sera avrei guardato alla Tv, “Che tempo fa”, con le pacate previsioni meteo di Bernacca e del mitico “baffetto” (il colonnello Baroni, il più incline a promettere la neve e, dunque, almeno ai miei occhi, il più simpatico). E, senza patetici quanto menzogneri strilli mediatici, si andava sul sicuro. Neve annunziavano e neve sarebbe stata.

A quei tempi, nemmeno si guardava al profilo termico, alla “colonna d’aria” e alla sciagurata possibilità che la neve degradasse a vile pioggia. Nevicava e basta, a tutte le quote altimetriche, senza distinzioni. Allora funzionava così. Altro che “neve a quote basse”! Neve copiosa, farinosa e ghiacciata ovunque. Anche in città, of course. Ma che scherziamo? Siamo in Inverno e l’Inverno padano è questo e solo questo!

Una volta rincasato, il giorno volgeva lentamente a compieta e l’ultimo “rito” propiziatorio era mio. Soltanto mio. Prima di abbandonarmi al rassicurante abbraccio di Morfeo, aprivo la finestra, scrutavo il cielo rossastro e, come un avido segugio, annusavo l’aria pungente: sì, nella notte sarebbe nevicato. E così sarebbe stato. Sempre.

Non starò a dilungarmi sui freddi (in tutti i sensi!) dati statistici (questi li delego ai “meteo-esperti”): so soltanto che il febbraio 1986 registrò diverse giornate di ghiaccio (con le temperature massime ben sottozero), da anni ormai solo uno sbiadito ricordo. E, soprattutto, tanta, tanta neve. Ma più che la quantità di neve caduta, mi è grato ricordare la sua qualità: fine, asciutta, polverosa. Neve sana. L’unica neve degna di questo nome. Non certo la grigiastra poltiglia, il penoso “paciugo” che, ogni morte di vescovo, abbiamo ancora il “privilegio” (si fa per dire) di vedere in città. Quella è solo un’avvilente parodia della vera neve.

Questo è. O, meglio, questo fu.

Vivremo ancora giornate come quelle? Ne dubito fortemente. Appartengono ad un’era geologica passata e non torneranno mai più. E, come tutte le cose belle, saranno custodite per sempre nel mausoleo della memoria. E, almeno in questo senso, vivranno per sempre.

Adieu, ma blanche Amie!

 

     Claudio Bargelli

 


A cura di: Claudio Bargelli
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