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LA DAMA BIANCA
"Il nivofilo racconta...." di Claudio Bargelli. Parmigiano del sasso, docente, storico, narratore, Claudio Bargelli è anche e soprattutto un nostalgico, inguaribile nivofilo...


LA DAMA BIANCA


La finestra sul torrente, dicembre 1980…


Da qualche giorno Enore avvertiva un oscuro malessere. Non sapeva riconoscerne l’origine. Non stava bene, questo era certo. Scrutava ansiosamente il cielo dalla finestra affacciata sulla Parma. Trascorreva così le sue giornate. Monotone, tutte uguali. Era l’inizio di dicembre e il Natale si stava avvicinando a grandi passi. Ma pareva accorgersene soltanto lui. La gente era estranea, fredda, indifferente.

Guardava fuori. Il torrente scendeva, borbogliando dai monti, ancora gonfio d’acqua per le recenti piogge autunnali. Sui contrafforti del ponte Verdi si infrangeva la corrente e si formavano sfolgoranti creste schiumose che, nelle prime ore del pomeriggio, rilucevano al tiepido solicello invernale. Da molti giorni il cielo si manteneva terso, limpido, turchino, solcato, di tanto in tanto, da qualche timida nube biancastra. Uno scenario più marzolino che decembrino. Un’atmosfera amena e rasserenante, che invitava ad attardarsi all’aria aperta, grazie anche alla temperatura decisamente mite. Eppure Enore si sentiva confuso, smarrito…I cicli delle stagioni, l’eterno avvicendarsi del caldo e del gelo non erano più gli stessi. Tutto era alterato, sconvolto.

Ormai superata la soglia dell’ottantina, Enore viveva con la moglie Virginia in una casetta che si specchiava sul torrente. Stanco spettatore della vita, da lì vegliava lo scorrere del tempo. Il corpo affaticato dagli acciacchi dell’età, la mente ancora lucida. La forzata inattività della vecchiaia limitava la mobilità del corpo ma i suoi pensieri si dispiegavano sulle ali del ricordo. Così il buon vegliardo ripercorreva a ritroso il lungo cammino della vita. Indugiava, con dolce compiacimento, sulla lontana infanzia, sui sogni dell’adolescenza e della giovinezza. Anni di miseria, ma anche di speranza. La vita pareva dischiudere orizzonti felici. E allora il tempo si fermava. Ritornava alla Parma povera della sua fanciullezza, a quella che si affacciava, con ingenuo ottimismo, all’alba del nuovo secolo. Non ancora presaga delle rovine e dei lutti della Grande Guerra. Tanti compagni di viaggio scomparsi sulle alture del Carso. Sotto la candida coltre.

All’improvviso, compariva lei: la neve. Puro incanto, soave poesia. Fiaba dello spirito. Dolce metafora del tempo che fu. L’immacolata regina degli inverni d’autrefois assumeva, nel cuore del vecchio, un’ammaliante potenza evocatrice. Tutte le fondamentali tappe della sua lunga esistenza erano incorniciate di bianco. Attraverso quel magico filtro si spalancavano le porte del passato, i cancelli della memoria…

Fioccava fitto il mattino in cui nacque, nel lontano gennaio 1896. Fioccava da giorni e giorni e la città era tutta bianca: tetti, strade, alberi, giardini. Un’unica distesa immacolata. Per molti giorni la temperatura si era mantenuta sotto zero. E i famosi “mercanti di neve” non mancarono di proseguire l’opera già intrapresa. Anche quella mattina, papà Guglielmo, appena diciottenne, intabarrato nel suo mantello nero, con i geloni alle mani, aveva dovuto “fare la rotta” per uscire di casa e andare a prendere, tenendola premurosamente sottobraccio, la Ginetta, l’ostetrica che doveva assistere la giovane moglie durante il parto. Il suo primo vagito risuonò acuto nel silenzio ovattato, nel cielo lattiginoso, tra l’algido stupore dei fiocchi volteggianti davanti ai vetri ricamati dai fiori di ghiaccio. In quei giorni senza sole, le magiche creature del gelo popolavano silenziosamente i giardini, apparendo d’incanto tra gli alberi spogli e intirizziti…Il laghetto del Parco Ducale rimase ghiacciato per settimane. Ricordava la dolce poesia dei Natali della sua infanzia, tutti ammantati di bianco. Nobilitati dal mistico afflato e dal caloroso abbraccio della solidarietà umana. Fin dalla più tenera età, Enore attendeva trepidante la bianca regina dell’inverno. Attonito, ammaliato nella contemplazione, trascorreva ore ed ore ad ammirare il vorticoso sfarfallìo dei magici fiocchi. La neve aveva posto solide radici nel suo giovane cuore. Se ne era invaghito. Non aveva mai smesso di amarla.

Vennero poi i duri inverni del primo Novecento, la miseria, gli stenti degli anni di guerra. Quella guerra in cui aveva perso la vita il giovane padre. Chiamato alle armi, era partito per il fronte. Inghiottito dalla logorante guerra di trincea, Guglielmo non tornò più. Una crudele granata ne aveva dilaniato le carni. La sua giovane vita immolata alla patria. Di lì a qualche mese, straziata dal dolore, morì anche la madre. Se ne andò in poche settimane. Divorata dal mal sottile, Violetta aveva raggiunto il suo sposo laddove regnava il silenzio e non crepitava la mitraglia. Rimasto solo al mondo, qualche anno dopo Enore si sposò con Virginia. Unica donna della sua vita. La sposa era vestita di bianco, il colore della purezza. Il colore che aveva scandito tutti i momenti più importanti della sua vita. Si stabilirono in una casetta di strada S.Francesco. Dalle finestre si poteva ammirare il torrente e seguire il mutevole alternarsi delle stagioni. Lavorava duramente, per dieci, dodici ore al giorno, nello stabilimento della “Rizzoli Emanuelli”, fuori Porta S.Michele. Le lunghe camminate nel gelo dell’inverno. Malamente avvolto nel logoro tabarro, i pantaloni lisi di panno rattoppato, le scarpe sfondate che dovevano aprirsi la strada in mezzo alla neve fresca, intatta, vergine, nella luce incerta dell’alba, al lume soffuso dei lampioni ancora accesi…Ma, la sera, al termine di una lunga giornata di lavoro, era bello infilarsi al calduccio sotto le coltri riscaldate dal “prete”, accanto all’amata consorte. Al mattino il gelo, silenzioso artista, non mancava mai di mostrare la sua fantasia. L’amore fu tanto ma dalla loro unione non vennero figli. Una dura esistenza di lavoro, la sua. Non vi era tempo per lo svago. Trascorsa l’afosa estate padana, Enore attendeva con ansia l’autunno e i primi soffi dell’inverno per ritrovare l’amica del cuore. Un’amica che non invecchiava mai: la neve e i fiabeschi scenari da essa evocati. Visse con rassegnato distacco gli anni del regime. Distante, avulso da ogni schieramento. Ma non rinunciò mai alle proprie idee. Soffrì gli anni bui della seconda guerra mondiale. La disperata lotta per la sopravvivenza, il lacerante ululato delle sirene d’allarme, il sibilo sinistro delle bombe, le dense cortine di fumo, l’oscuramento, i grevi battiti del tamburo di Radio Londra…Furtive notizie captate via etere. La città illuminata a giorno dai bengala. Il terrore cieco, impotente della morte che viene dal cielo. Le lugubri liturgie della guerra. Ovunque si rincorrevano funesti echi di morte. In quegli anni di stenti e privazioni, Enore, illuminato dalla saggezza dell’età matura, rimase sereno, lucido. Colse le prime avvisaglie del mondo che stava cambiando con l’avvio dei tumultuosi anni del “miracolo economico”. Utilizzando i risparmi accumulati dopo anni di duri sacrifici, nel 1960, aveva acquistato la casetta dove viveva tuttora. Una casetta più moderna e confortevole della precedente, ormai fatiscente, polverosa, stipata di cianfrusaglie e di ricordi. Ma il suo cuore rimaneva là, negli spazi angusti, nell’odore stantio della vecchia dimora. Su insistenza della moglie, si era trasferito a malincuore nella nuova casa. Erano gli anni in cui il mondo iniziava a girare sempre più vorticosamente. Girava troppo in fretta. Le ragazze in minigonna, le prime “Lambrette”, le prime utilitarie, il caos, il traffico. I nuovi portentosi elettrodomestici. Le meraviglie del progresso. L’American way of life. La vita improvvisamente facile. Ma quanta aridità! Rapporti umani superficiali, frivoli, vuoti. L’inesorabile dissolversi della poesia del vivere. Nei vicoli del centro, ora conquistati dalle automobili, non cresceva più l’erba. Nei prati le lucciole non allietavano più, con sfavillante leggiadria, le calde sere d’estate.

E soprattutto lei, la cara amica di un tempo, non era più la stessa. Sì, proprio lei, la neve. Perduta poesia della sua infanzia e della sua giovinezza. Poesia di un tempo lontano. Ormai le visite della bianca signora erano sempre più rare e frettolose. Spariva quasi subito, senza lasciare traccia. Il traffico, sempre più odioso e invadente, faceva scempio della sottile coltre, trasformandola in una fradicia e grigiastra poltiglia che non aveva proprio nulla di poetico. Il retaggio del progresso. Che tristezza! Non più le grandi nevicate del passato su cui si rincorrevano le orme felici della giovinezza perduta. Dal candido tappeto alla lurida fanghiglia…Una purezza violata. Agli occhi stanchi di Enore, erano segnali inequivocabili: il mondo era cambiato e non c’era più spazio per lui, figlio delle grandi invernate padane del passato, figlio dell’Ottocento, delle atmosfere soffuse di nebbie e di poesia.

Da giorni quel sole implacabile lo faceva sentire sempre più vecchio, triste, avvilito. La sua mente vagava altrove. Pensava sempre più spesso al corpo straziato del padre, pietosamente ricoperto dalla candida coltre, lassù nel Carso…

Il suo stato di salute andava via via peggiorando. Si lasciava morire giorno dopo giorno. Correva fiducioso verso le braccia della morte, pronta ad accoglierlo nel suo misericordioso grembo. Si spense serenamente la sera della Vigilia di Natale. Il cielo si era improvvisamente rannuvolato. L’aria sempre più fredda. Mentre chiudeva gli occhi, iniziò a volteggiare timidamente qualche rado e malinconico fiocco di neve. L’ultimo saluto della Dama Bianca…


                                          CLAUDIO BARGELLI - claudio.bargelli@virgilio.it


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